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Scritto Sabato 08 giugno 2019 alle 17:26

Pensavo fossero quattro canne e una pozzanghera, invece è un paradiso. Sartirana: Breve dialogo tra il Preside e la donna

Nella città in cui vivo c'è una villa gentilizia così tanto amata da Stendhal (insieme alla Metilde Dembowski Viscontini, che qui vi soggiornava, e che dopo quelle del Foscolo disdegnò anche la avances del celebre scrittore francese), che ne parlò diffusamente nel suo "Viaggio in Brianza" del 1818 e qui ambientò un suo celeberrimo dramma giocoso.
E noi, che la incontriamo nel tragitto dal centro alla Stazione, le passiamo accanto indifferenti, o al limite ne sfruttiamo il parco per il Cinema all'aperto d'estate o per improbabili percorsi di jogging post quarant'anni.
Tanto per far intendere ai più: le due figure femminili protagoniste del "Rosso e il Nero", la fiera marchesa Mathilde de La Mole e la tenera e triste Madame de Rênal sono ispirate proprio a questa Metilde, che Stendhal qui amò, non corrisposto.

Nella città in cui lavoro c'è una riserva naturale lacustre di inaspettata e romantica bellezza. Quante volte ci sono passato accanto in moto, o in bici da corsa, su e giù per la Brianza! Quante volte ne ho letto le alterne vicissitudini e le costanti fatiche sulla stampa, e soprattutto su merateonline, dicendo a me stesso: "Quante storie per quattro canne in una pozzanghera...".
Ci sono stato per la prima volta venerdì, accompagnando in gita a piedi, dalla scuola a lì, i miei studenti della Scuola Primaria, accompagnati per un buon tratto dal sindaco e dal vicesindaco, che ho invitato con piacere, e scortati dagli agenti di Polizia locale, perché qualche frustrato del clacson e dell'accelerata si trova sempre, sia nella grande città alle porte di Milano in cui abito sia persino nella piccola e tranquilla cittadina in cui lavoro. Ci sono stato e ho capito. Ho capito perché da più parti si insistesse così tanto per la valorizzazione di questo paradiso. Ho incrociato una signora ammirata dalla fila dei miei duecento alunni tutti in divisa del Collegio e mi ha detto: "Eh, una volta l'acqua l'era inscì nèta che si vedevano i pesci!". "Ma è bellissimo anche così, signora", le ho risposto. E lei ha scosso la testa. Credo che per rispetto abbia solo pensato e non detto "Quel giuvinòtt chì al capiss negott!". Forse perché sulla schiena della maglietta avevo scritto "preside".
Con la sfrontatezza che l'amicizia consente ho buttato lì più di un'idea e di un suggerimento per la valorizzazione e la pubblicizzazione del lago di Sartirana al vicesindaco che mi accompagnava. E poi però mi sono bloccato.

Il rischio, come tutti i luoghi belli, è che quando diventano di tutti uno non li senta più veramente "propri". Ricordo che mi capitò la stessa cosa con la Val di Mello, in cui andavo a passeggiare da bambino e ad arrampicare da ragazzo prima che il turismo di massa la scoprisse. I suoi sentieri erano percorsi da noi, puzzolenti alpinisti con friends, nuts, rinvii e moschettoni tintinnanti appesi all'imbragatura, e ora invece si vedono frotte di gitanti in bikini e havajanas.
Quando si ha un tesoro come il lago di Sartirana nelle risorse del proprio territorio si ha anzitutto la responsabilità di custodirlo il più intatto possibile. Eppure, quando si ha una cosa bella, si vive nel desiderio di farla conoscere, convinti che gli sguardi di molti non possano che aggiungere bellezza al tesoro di pochi.
Stefano Motta - Preside del Collegio Villoresi di Merate
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