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Scritto Domenica 12 maggio 2019 alle 18:33

Merate: i Promessi Sposi tra ''tragico e comico'' sul palco

Una Lucia svenevole, un padre Cristoforo non domo, un don Abbondio non così pacifico come siamo abituati a conoscerlo: Stefano Motta raccoglie la provocazione gettata sullo stesso palco da Vittorio Sgarbi lo scorso 4 maggio (“Lucia avrebbe fatto meglio a darla a don Rodrigo o a qualcun altro, piuttosto che star dietro a quel Renzo”) e sceneggia un teatro sorprendente.

Stefano Motta e Silvia "Sissi" Melis

Luigi Mandelli accompagna con le sue chitarre, Silvia Melis e Filippo Ughi portano in scena sul palco dell’auditorium “Giusi Spezzaferri” un Manzoni inusitato, sicuramente inatteso per il buon pubblico che, nonostante il temporale che aveva imperversato su Merate fino a poco prima, non è voluto mancare all’appuntamento teatrale del Maggio Manzoniano 2019.

Il direttore artistico ha aperto con una citazione da Chesterton: “la prova della bontà di una religione è il poter ridere di essa”. E anche il manzonismo è, a modo suo, una religione, che appiattisce i Promessi Sposi al già saputo. Invece le riscritture di Cletto Arrighi, di Guido da Verona, di Piero Chiara, ma anche gli Atti del processo a Virginia de Leyva, hanno costruito una trama differente, illuminando aspetti insoliti dei personaggi manzoniani portati sulla scena.

Filippo Ughi e Luigi Mandelli

I toni del tragico – nella confessione di suor Virginia, tratta fedelmente dagli Atti del processo a cui ha dato voce una toccante Silvia Melis – e del comico, nei frizzanti scambi di battute delle coppie don Abbondio-Perpetua, fra Cristoforo-Lucia, Lucia-innominato (e qui Filippo Ughi si è superato!) hanno condotto per mano (o volutamente disorientato) gli spettatori per un’ora e un quarto di spettacolo.
Avrei voluto che durasse di più”, ha detto qualcuno all’uscita. “Beh, è durato un’ora e un quarto, il giusto”, gli è stato fatto notare. “Non me ne sono accorto”, hanno risposto in molti. Merito di una scrittura nervosa e sincopata – quella di Motta – e del clima “rock” che la chitarra di Mandelli ha creato, costruendo una pièce modernissima che non sfigurerebbe nei teatri più blasonati: non teatro in costume, non commedia dell’arte, ma metateatro pirandelliano, in cui anche lo spettatore è chiamato a uno sforzo ermeneutico.

Uno spettacolo davvero inatteso: davvero uno spettacolo.

Foto TEKA Edizioni
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