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Scritto Giovedì 01 maggio 2014 alle 16:14

Novate: nel giorno della festa dei lavoratori, Ermanno Ghisleni ricorda la Magneti Marelli fabbrica dove si studiava e si produceva

Oggi è la festa dei lavoratori. Per chi il lavoro c'è l'ha. Lavoratori precari, a tempo determinato, con contratti di pochi mesi, rinnovati continuamente senza una prospettiva stabile. Un mondo che é cambiato in pochi decenni, che ricorda solo nelle cartoline ingiallite e nelle immagini le grandi fabbriche con migliaia di operai pronti a varcare i cancelli di ingresso, tutti radunati per iniziare la giornata di lavoro.
Ma queste immagini scorrono ancora in chi nelle grandi fabbriche ha trascorso gli anni migliori, ci ha lavorato, ha imparato un mestiere, si è portato a casa le prime paghe e, in alcuni casi, entrato giovane è uscito con la pensione.

Ermanno Ghisleni

I ricordi si susseguono lucidi nella mente di Ermanno Ghisleni, classe 1926, di Novate che entrato alla Magneti Marelli di Sesto San Giovanni il 15 luglio 1941 vi è rimasto fino al 1955, anno in cui grazie alle specializzazioni e alle scuole superiori ha potuto fare un salto di qualità e andare alla IBM.
Persona appassionata e studiosa, che ha conservato pagelle, libretti di lavoro, fotografie, ritagli di giornale, cartoline dopo la quinta elementare Ermanno aveva potuto studiare 3 anni a Bergamo e nel 1941 era entrato come apprendista alla Magneti Marelli. Alle 6.30, con altri meratesi, dalla stazione di Cernusco partiva per raggiungere in treno Sesto. Il tragitto da Novate ai binari veniva coperto dapprima a piedi e poi, grazie ai primi guadagni, con la bicicletta. La mattina gli apprendisti frequentavano la scuola interna della grande fabbrica chiamata "Vedette". Qui imparavano i rudimenti del mestiere, si perfezionavano, studiavano il meccanismo di funzionamento delle dinamo, delle lampadine, dei tergicristallo e di tutti quegli accessori che servivano alle macchine. Al pomeriggio c'era la parte teorica con le prove nei reparti di produzione. "Ogni tre mesi ci cambiavano reparto" ha raccontato con gli occhi vispi di chi, in quel momento, sta rivendendo passare davanti a sé quei momenti "terminati i due anni di apprendistato ci esaminavano e i capireparto ci sottoponevano a un sondaggio prima di destinarci al reparto di esperienza. Questi passaggi di reparto a rotazione ci consentivano di avere un quadro su tutto e di acquisire notevoli capacità".

Lo stabilimento della Magneti Marelli

Alla Magneti Marelli, che nel periodo d'oro raggiunse la punta dei 6 mila occupati distribuiti su tre turni, c'era la mensa. Anche gli apprendisti dopo le ore mattutine di scuola potevano beneficiarne. Con la tessera annonaria, quando a casa mancava il pane, gli operai si presentavano e consegnavano un bollino, ricevendo in cambio una michetta. 
I dipendenti ricevevano anche un'assistenza sanitaria da parte dell'azienda. "C'era un'infermeria organizzatissima. Al mattino, per mezz'ora, chi aveva bisogno poteva usufruire di cure o iniezioni. Spesso si contraevano bronchiti ed era possibile farsi fare un'endovenosa al mattino prima di iniziare a lavorare. Un operaio malato era un operaio che non produceva e, specialmente in periodo di guerra, non contribuiva alla causa".
Proprio per questa ragione i periodi di assenza e malattia erano limitati. "L'operaio serviva per vincere la guerra e quindi doveva per forza stare bene. Al mattino all'appello mancava sempre qualcuno che era stato chiamato alle armi. C'era un clima di grande collaborazione non solo tra gli operai ma anche con le stesse famiglie. Quando un capofamiglia o un figlio maschio partiva per la guerra, per chi restava iniziavano i problemi. Particolarmente attive erano le confraternite, io appartenevo a quella di San Vincenzo, che contava un centinaio di soci. Il nostro compito era quello di provvedere alle famiglie in difficoltà e tramite le parrocchie distribuire viveri o denaro. Il mercoledì facevano una riunione nella chiesa del Santissimo Redentore che si trovava vicino alla Marelli e si stilava l'elenco di chi aveva bisogno". A contribuire alla catena di solidarietà c'era anche il conte Quinta Valle, proprietario della Marelli, che venuto a conoscenza di situazioni di difficoltà se ne faceva carico. "Era un signore d'altri tempi, veniva anche in fabbrica, girava per i reparti e si informava con gli operai delle varie problematiche o situazioni. Non era una persona distaccata"
Durante la guerra la paura erano i bombardamenti. Al suono della sirena che annunciava l'arrivo degli aerei con le bombe, gli operai fuggivano di corsa e si rifugiavano o nei sotterranei o all'esterno. "Quando sentivamo la sirena era un fuggi fuggi generale. Avevamo tutti molta paura. Tanti si rifugiavano nei depositi sotterranei ma la maggior parte fuggiva per i campi, all'aperto, dove si riteneva fosse più sicuro. Durante l'occupazione tedesca, erano gli stessi militari a girare per i reparti e a controllare che la produzione sfornasse a pieno regime i prodotti, utili anche per le loro radio e auto blindate".

Il libretto di lavoro

Partito con uno stipendio da apprendista di 1,03 lire nel 1941, Ermanno era arrivato a guadagnarne 48mila £ nel 1953, avendo raggiunto la qualifica di impiegato.
Una paga lievitata nel corso degli anni grazie anche alla formazione che proprio la Marelli offrì ai suoi apprendisti, così da farsi un bagaglio di culturale utile anche fuori dalle mura di Sesto.
Di quelle grandi adunate fuori dai cancelli, gli ingressi rumorosi tutti assieme per raggiungere la propria postazione, i momenti di "cameratismo" verso le famiglie dei colleghi in difficoltà non è rimasto nulla. Oggi la lotta di classe è per avere il lavoro anche precario, un mezzo di sussistenza per sé e per la propria famiglia, la dignità di vivere onestamente tramite la propria occupazione.
Saba Viscardi
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