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Scritto Domenica 22 aprile 2012 alle 20:45

DA DOVE ARRIVA LA MALATTIA CHE UCCIDE, CHI LA COMANDA, CHI LA CONDUCE, CHI LE TRACCIA IL PERCORSO E SOPRATTUTTO CHI SCEGLIE IL DESTINATARIO?

La persona che ha la fortuna di stare bene non ha la minima idea di quanti suoi simili, qualunque  siano età, sesso, condizione e nazionalità, combattono ogni giorno la battaglia per vincere la malattia e continuare a vivere. Il male non rispetta nessuno, non guarda in faccia nessuno. La malattia non osserva classifiche o graduatorie di merito. Succede che colpisca a piene mani dentro la stessa famiglia in uno o più momenti anche ravvicinati. E' una tremenda incognita, sempre presente, quasi sempre invisibile, impercettibile, inimmaginabile. Non te l'aspetti, quindi non la previeni. Sei convinto di non fare nulla per svegliarla e alimentarla, quindi non la monitori. E poi conti sul diritto alla vita che ti dà l'età, la salute, il vigore e la voglia di vivere. Se è Dio che ti ha messo sulla terra di darà il tempo di viverla a sufficienza, pensi e speri.
Poi arriva. Si presenta con sintomi ingannatori. Un mal di testa, la pesantezza degli arti, qualche difficoltà a deglutire o a dormire. Oppure una fitta dopo uno sforzo. C'è chi lascia correre, chi sopporta, chi non ha tempo di andare a fare gli esami, chi ha paura del loro esito. In ogni caso, se è destino, il male procede, spinto da una mano invisibile lungo un percorso più o meno libero da ostacoli. E quando esplode ti chiedi perché a te. Non bevi, non fumi, non eccedi. Conduci una vita normale, quasi banale. Lavori, si tanto, ma hai responsabilità e doveri. Sono migliori le condizioni di vita, migliorata è  l'alimentazione e affinato l'igiene personale. Si sta e si vive meglio, insomma. E' che la malattia se ne fa un baffo di queste pareti protettive. Forse nasce con noi, cresce con noi e ad un certo punto si presenta, Tutto qui. Sta scritto, direbbe qualcuno. Il fatto è che quando la brutta bestia colpisce una persona che ami moltissimo, che ti riempie la vita, che ogni  giorno è il sole della tua giornata, cui hai detto, pensando alla morte, "un minuto prima di te, mai un minuto dopo di te" il colpo che ricevi è paralizzante. Crolla tutto in un istante. Si frantuma il cuore, si svuota la mente, in quel momento anche una lievissima brezza ti farebbe cadere a terra come un cencio. Il male è anche vigliacco e arriva sempre in momenti che diversamente sarebbero splendidi. Bussa alla porta quando sei prossimo a tirare il fiato e in due si può sorridere senza fretta in attesa del tramonto. Suona il campanello quando ti nasce il primo figlio o sei sul punto di diventare nonno. Ed è, il male, di una feroce crudeltà quando trascina lungo una china di sofferenza inaudita che ti scava, ti spolpa e poi ti butta via. Non basta, a chi ti vede lasciare la vita, la serenità del viso di chi, combattente ormai senza difese, si è lasciato alfine arreso. E non basta neppure  la consapevolezza che la morte è solo uno stadio della vita in attesa della promessa resurrezione. La persona amata non ha bisogno di risorgere perché non è mai  davvero morta. Ce l'hai sempre davanti agli occhi, senti il tono della sua voce, il rumore del suo passo e il dolce rimprovero. Ne vedi il sorriso e ci parli. E il suo volto da viva non è mai stato nitido come lo è ora che non c'è  più.
C'è una linea di comunicazione tra chi va e chi rimane, un filo che non s'interrompe e non si spezza. La vita è una gara nel corso della quale ci si scambia il testimone per proseguire. Quello che non ti è dato sapere prima è quanto lungo sia il tuo tratto di pista.
Poniamo attenzione a quando ci capita di vedere una persona che procede lenta lungo i vialetti di un  cimitero. Le scarpe muovono la ghiaia, che scricchiola sotto le suole. Un vecchio mi ha detto un giorno che quella è la voce dei defunti che ricordano di essere vissuti e che ora attendono dentro case silenziose.
C'è addirittura chi desidera la morte per sfuggire i rumori e gli affanni. E' certo che tutti attendiamo i titoli di coda consapevoli e soddisfatti di avere avuto una parte nel grande cast della vita. Ma è diverso se la malattia che la introduce la subisci senza averla cercata o meritata. Se non l'hai invitata o provocata. Se avverti che è una punizione che non meriti e che in ogni caso era troppo presto, era troppo presto. Pensi che ci dovrebbe essere una soglia di vita al di sotto della quale la malattia che uccide non dovrebbe essere ammessa.
Ed è forte e prepotente la voglia di alzare gli occhi e chiedere chi la comanda, chi la conduce, chi le traccia il percorso e, infine, chi sceglie il destinatario. E tieni il pugno nascosto, rispettoso e umile, ma livido e stretto.
Alberico Fumagalli
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