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Scritto Mercoledì 13 gennaio 2021 alle 09:15

Osnago: bilancio di dieci anni di 'Adotta una famiglia'. Dalla borsa alimentare ai buoni università per alleviare le povertà

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L'anno che si è concluso è stato per le associazioni che operano nel sociale uno dei più difficili, con buona probabilità il più difficile.
Ai bisogni "ordinari" si sono aggiunti quelli straordinari portati dalla pandemia, con vecchie povertà che sembravano risolte e che sono riemerse, nuovi bisogni da fronteggiare, risorse su cui si poteva contare e che ora non ci sono più.
Lo sanno bene i volontari di “Adotta una famiglia” che hanno tagliato il traguardo dei 10 anni di attività a favore della comunità di Osnago.



Una realtà nata su un tessuto sociale già attenzionato da Parrocchia e Comune e che ha messo assieme il “materiale umano” nell'ottica di unire le forze, ottimizzare le risorse e offrire un aiuto concreto senza disperdere capacità e opportunità, facendo della collaborazione e della comunicazione i capisaldi del successo.
Già da prima del 2010 la Parrocchia si era attivata con le borse alimentari: infatti da qualche anno gli effetti dell'onda della crisi degli Stati Uniti avevano raggiunto anche l'Italia e c'era chi non riusciva a pagare l'affitto o la rata del mutuo e ad avere una dispensa fornita di beni di prima necessità.
L'azione su un territorio tutto sommato ristretto e un'ottima collaborazione tra le varie istituzioni avevano portato l'allora assessore ai Servizi Sociali a parlare con il parroco scoprendo che spesso le due realtà operavano sui medesimi bisogni, in parte non sovrapponibili altre volte invece molto simili.


Per una maggiore efficacia e per evitare anche situazioni di “illegalità” con doppi contributi alle stesse persone, si era deciso di unire le forze e le esigenze sfruttando anche la maggiore flessibilità di azione che poteva avere una associazione caritatevole rispetto a un ufficio servizi sociali, vincolato da passaggi burocratici obbligatori.
In pratica è stato creato un gruppo di lavoro composto dall’assessore, l’Assistente Sociale, un rappresentante del parroco e uno de Il Pellicano che in questi anni ha vagliato le domande di aiuto. Adotta una Famiglia eroga borse alimentari e le altre forme di aiuto solo dopo verifica e indicazione dell’Assistente Sociale quando questa ha esaurito altre possibilità di supporto o qualora queste richiedano tempi incompatibili con l’urgenza del caso.


Esaminate le situazioni tramite una commissione, si passava all'erogazione degli aiuti senza dare soldi direttamente alle persone ma agendo sul bisogno da sanare, dunque l'affitto, la rata del mutuo, la borsa alimentare, l'iscrizione alla scuola calcio o le ripetizioni.
Un meccanismo che nel tempo si è rivelato di successo e che si è affinato, migliorandosi e anche incrementando i suoi campi di azione.


Dal punto di vista della Parrocchia l'unione delle forze con il Comune ha sicuramente rappresentato una boccata di ossigeno perchè di anno in anno le situazioni apparivano sempre più complesse e di non facile gestione per dei volontari.
Anche fare un "identikit" della persona che chiedeva aiuto risultava a volte particolarmente complicato per via della difficoltà ad attingere alle fonti informative ufficiali.


La prima urgenza che si è andati a soddisfare dunque è stata quella alimentare attivando le raccolte, prima con Coop, poi con Conad fino a quando è stato possibile, infine mediante un banchetto mensile in piazza Vittorio Emanuele al quale i cittadini portano gli alimenti a lunga conservazione, solitamente il primo sabato del mese. Un modo non solo di incontrare i bisogni ma anche di coinvolgere la popolazione, di farla sentire parte del problema sociale e partecipe di una possibile soluzione.
In dieci anni sono state erogate borse alimentari per 89mila euro grazie alle raccolte svolte nei fine settimana e sono state pagate spese per 130mila euro.




Contemporaneamente è stato aperto il conto corrente del fondo per raccogliere le donazioni di osnaghesi e non che, divenuti sensibili al problema, hanno voluto fare la loro parte. E se il volontariato ha rappresentato il braccio, operando con efficacia e tempestività, scavalcando con la pragmaticità che è tipica di questo settore le difficoltà, il Comune si è occupato soprattutto della parte burocratica, rendendo tutto trasparente e in ordine.


Pagate le bollette e gli affitti, sfamate le necessità alimentari, coperte le spese si è capito però che c'era una questione lavorativa da affrontare.
Tanti di coloro che si rivolgevano agli sportelli avevano perso il lavoro oppure in questo mondo non vi erano mai entrati e quindi non erano nemmeno in grado di compilare un curriculum o affrontare un colloquio.



Nasce così Collavoriamo esperienza diventata un punto di riferimento per rimettersi in gioco o iniziare da zero, creando un link tra domanda e offerta, raggiungendo anche quei piccoli spazi di impiego come i lavori domestici o l'assistenza agli anziani ad ore, che necessitavano di una "referenza" da parte di persone della comunità che potessero poi in qualche modo fare da supervisori.





Dopo il lavoro, è stato lo studio il problema emergente: chi aveva figli in età scolastica ed era "costretto" a trovarsi un lavoro, non era più in grado di seguirli. La necessità di un doposcuola ha portato così a creare un gruppo di studenti universitari da affiancare ai ragazzi delle medie con contesti difficili, sia economici che culturali. A chi si metteva a disposizione per queste lezioni private, veniva erogato un buono per il rimborso spese quali libri, attrezzature per l'università, biglietto per il treno.

Ai voucher lavoro è stata così affiancata la soluzione dei "buoni università" andando a coprire le principali esigenze delle famiglie sul piano educativo.



Si è voluto però che la solidarietà ricevuta avesse anche un ritorno da parte del beneficiario e così si è chiesta una sorta di restituzione, in termini di "ore". Chi si vedeva pagata una bolletta veniva invitato a dare una mano ai volontari, ad esempio pulendo i locali della scuola materna oppure svolgendo lavoretti in oratorio. In questo modo si riusciva a testare la disponibilità delle persone in termini di riconoscenza, non facendo passare il concetto che tutto fosse scontato, e al tempo stesso evitando spiacevoli situazioni di impieghi "in nero".


Chi pur senza lavoro ufficiale, non aveva mai tempo per attività di volontariato, è chiaro che occupava le ore in altro modo, probabilmente con lavori non regolarmente retribuiti. Una modalità utile, quella del coinvolgimento, anche per creare una rete di aggregazione e evitare sacche di isolamento e emarginazione.
Se la disponibilità al lavoro c'era, a volte si presentava però l'impossibilità a svolgerlo per la mancanza ad esempio di una macchina per raggiungere l'azienda o ancora prima della patente da conseguire.

E così si è deciso di attivare forme di microcredito con cui finanziare questi progetti, finalizzati però alla restituzione se non totale almeno parziale del "debito" in modo da responsabilizzare i beneficiari, così che da non pensare a questa forma di aiuto come a un "salvadanaio" in cui pescare.
La volontà è stata proprio quella di accompagnare le persone verso l'emancipazione economica e l'inclusione sociale, in una forma che fosse rispettosa delle loro dignità ma anche riconoscente e che permettesse una forma di restituzione nei confronti della comunità che l'aveva supportata e dei donatori che, in questo modo, avevano anche un ritorno concreto di come e dove erano stati spesi le loro risorse.
Come accennato in apertura, il 2020 è stato l'anno probabilmente più difficile perché ha fatto riaffiorare vecchie povertà e spezzato equilibri già precari.


Chi lavorava senza contratto o con formule temporanee non ha avuto tutele o sono arrivate in ritardo rispetto ai bisogni. Lo studio a casa per famiglie disagiate è stato reso difficile spesso dalla mancanza di strumenti tecnologici o connessioni adeguate. In tanti casi la solidarietà è venuta meno in quanto molte iniziative sono state cancellate a causa del covid.
Ora si affacciano disagi psichici e fenomeni depressivi acuiti dall'isolamento, dall'impossibilità alle relazioni sociali e affettive, dalle distanze.



Se alla base di questi dieci anni di lavoro in sinergia ci sono stati parrocchia, comune e associazioni, il successo va certamente attribuito in buona parte ai volontari senza i quali sarebbe stato impossibile arrivare a questi numeri.
Perlopiù pensionati, non si sono mai fermati e a bordo del furgone hanno raggiunto i vari dispensari e grossisti per poi portare la merce alla “squadra” addetta al confezionamento delle borse e successivamente alla distribuzione.
Hanno operato nel nascondimento ma con serietà e costanza. Sei i gruppi attivi per un totale di 45 volontari e 12 esperti del servizio Pellicano.


Ma anche senza i donatori non sarebbe stato possibile tutto ciò: la parrocchia con la decima ha destinato parte degli affitti dei suoi immobili a opere di carità, i privati con versamenti anonimi, enti e associazioni con cifre più o meno importanti hanno dato carburante ai progetti.
E poi società, come Lario Reti Holding, che con l'erogazione del bonus idrico ha soddisfatto un bisogno che altrimenti avrebbe dovuto essere sanato diversamente.
Riassumere 10 anni di attività così viva, variegata e dinamica nel tempo è difficile, impossibile. Perché le esigenze cambiano e le soluzioni si devono adattare. Si ha a che fare con persone e non con numeri quindi il progetto che vale per uno non può valere per un altro. E qui scatta la fantasia, la passione, l'ingegno di chi ci mette in tutto questo il cuore, vi dedica tempo, energie, soldi senza chiedere nulla in cambio. Perché la maggiore gratificazione è una famiglia “messa a posto”, una patente conseguita, un esame superato, un microcredito sanato. Segno di un riscatto che è avvenuto e di una autonomia che ha trovato soddisfazione.
S.V.
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