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Scritto Giovedì 04 giugno 2020 alle 13:33

Merate: Michela Gaffuri, 32 anni, cooperante in Camerun e il lavoro a distanza causa covid, con un progetto nelle prigioni

Michela Gaffuri Riva
Allo scoppio della pandemia è dovuta rientrare in patria nel giro di due giorni, ma i suoi progetti in Camerun e in particolar modo nelle carceri non li ha mai abbandonati riuscendo a lavorare a distanza e portando avanti attività di coordinamento e gestione del personale con i mezzi che la tecnologia mette a disposizione.

Michela Gaffuri Riva, 32 anni nata a Milano ma residente da quando ne aveva due a Merate, è una cooperante dell'associazione COE (Centro Orientamento Educativo) che ha sede a Barzio. Ha studiato relazioni internazionali e diritti umani e ha frequentato un master in diritti umani e democratizzazione.
La prima volta in Camerun è stata nel 2014 per uno stage con una ONG locale, inserito all'interno del percorso universitario e sempre sul problema dei diritti delle persone detenute.
Tra il 2015 e il 2016 ha fatto il servizio civile sempre con il COE e poi ha lavorato stabilmente dal 2016 ad oggi sempre in Camerun, occupandosi anche di diritti umani per una ONG locale nell'area centraficana.

Al progetto "Sguardo Oltre il Carcere" che si occupa del reinserimento sociale e lavorativo delle persone detenute, con particolare attenzione alle condizioni di vita all'interno di queste strutture, proponendo pene alternative e la formazione di una cultura della giustizia riparativa, Michela si sta dedicando dal settembre 2018. Prima in loco e ora...da remoto.
Quando infatti la pandemia ha iniziato a diffondersi e con essa le notizie che c'era in atto un'emergenza sanitaria, ingestibile già nei paesi civilizzati, in accordo con il COE i cooperanti sono stati fatti rientrare in Italia a metà marzo. E per loro è iniziato un diverso modo di lavorare.

"Dobbiamo assicurare il raggiungimento dei risultati previsti dal progetto, programmare le attività, organizzarle poi nel concreto" ha raccontato Michela dalla sua casa di Merate "ci sono varie missioni nel Paese e vanno coordinate con lo staff locale e con i sostenitori. Va monitorata all'assieme al responsabile amministrativo ogni spesa che viene fatta, verificando che l'investimento sia conforme al budget a disposizione. Ogni giorno quindi siamo in contatto con i nostri colleghi in Camerun, ci confrontiamo e proseguiamo con il nostro lavoro. Sono penalizzate le missioni sul campo, come le visite nelle carceri che sono proibite per il rischio del virus ma si cerca comunque di andare avanti con l'attività di formazione e reinserimento lavorativo. Certo il nostro essere qui in Italia (Michela è ritornata con un cooperante di Avellino e uno di Busto Arsizio, ndr) è temporaneo e siamo in attesa di capire come evolverà la situazione e in quali tempi".

"Sguardo Oltre il Carcere", con la partecipazione di 7 soggetti della società civile camerunese che operano nelle carceri di Douala, Mbalmayo, Garoua e Bafoussam e grazie alla collaborazione di 5 partner - Ingegneria Senza Frontiere Milano - Milano, Comune di Milano, Università Cattolica del Sacro Cuore, Avvocato di Strada Onlus, DIKE - Cooperativa per la mediazione dei conflitti - ha come obiettivo specifico é quello di rafforzare la sociétà civile nell'inclusione sociale e nella tutela e promozione dei diritti di detenuti e ex-detenuti. Per raggiungerlo, il progetto lavora su:
- capacità delle imprese sociali costituite nelle varie carceri di accompagnare e promuovere il reinserimento socio-professionale di detenuti e ex-detenuti;
- costruzione di una cultura attenta alla persona detenuta e la partecipazione della società civile all'umanizzazione delle condizioni di detenzione;
- promozione delle pene alternative alla detenzione da parte della società civile;
- promozione del paradigma della giustizia riparativa e della mediazione penale. 

Skype, whatsapp, mail sono alcuni dei mezzi che i cooperanti utilizzano per restare in contatto, colloquiando con i capi progetto e lo stesso COE è riuscito a garantire in questo modo un supporto agli ospedali e ai centri di formazione e accoglienza di persone in condizioni di vulnerabilità in Camerun, R.D. Congo, Bangladesh e Guatemala.
Per i cooperanti cimentarsi nel progetto a distanza significa, ha proseguito Michela, "capire le evoluzioni dei contagi, rimanere aggiornati in tempo reale su continui provvedimenti adottati dalle autorità locali per poterne valutare l'impatto sulle attività, rimodulare le azioni al contesto segnato dal COVID-19 garantendo da un lato la sicurezza del personale locale del progetto e dei beneficiari e dall'altro la tutela dei diritti di questi ultimi.
Interrompere bruscamente percorsi di assistenza legale, di formazione e di inclusione economico-sociale di detenuti ed ex-detenuti in un momento di grande delicatezza e instabilità renderebbe ancora più vulnerabili target che già lo sono. Grazie anche alla preziosa collaborazione con la collega amministratrice, rientrata con me in Italia, con i partner Italiani disposti a continuare il loro accompagnamento tecnico a distanza, con il direttore scientifico in loco e con tutti gli operatori locali, ad ora posso dire che le attività di "Sguardo oltre il Carcere" continuano, anche se in parte riadattate, con risultati positivi ed in linea con la logica originaria dell'intervento".
 
Ma come sono i rapporti tra l'associazione, la gente del posto, le istituzioni e i detenuti?
"La sensibilizzazione della società esterna al carcere passa per poesie e canzoni rap a tema COVID-19 scritte dai detenuti. Ci si focalizza sul fuori, con percorsi di reinserimento socio-professionale e accompagnamento psico-sociale di ex-detenuti, ma si mantiene il contatto (mediato) con il dentro, al momento inaccessibile per gli attori della società civile nell'ottica di ridurre il rischio di contagio, solo per contribuire alla tutela dei diritti fondamentali della persona detenuta (assistenza legale, supporto in termini di dispositivi di protezione, disinfezione e igiene) e la continuità di attività di formazione professionale ed economia carceraria. Inoltre, le imprese sociali che riuniscono gli attori sociali operanti nelle varie carceri toccate dal progetto hanno convertito parte della loro produzione per rispondere al bisogno di protezione della popolazione carceraria, del personale penitenziario e della popolazione in generale".

 


Un esempio emblematico è quello della cooperativa degli attori sociali che intervengono nella prigione principale di Mbalmayo, che, con l'appoggio tecnico di Ingegneria senza frontiere - Milano,  in marzo ha iniziato la produzione di sapone liquido e gel idro-alcolico da fornire gratuitamente alle carceri. Una volta rifornite le prigioni, i prodotti saranno venduti alla collettività a prezzi esigui (in particolare scuole, ospedali, gruppi sociali marginalizzati) a prezzi sociali per permettere la continuità delle attività produttive dell'impresa sociale.

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