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Scritto Venerdì 22 maggio 2020 alle 19:44

Mandic: torna in corsia come volontario il dr. Sergio Bosisio specialista in Pneumologia. ''Ho trovato un ospedale che non era più il mio. Il coronavirus è stato una bomba termonucleare''

Quando il primo ottobre 2019 era andato ufficialmente in pensione, Sergio Bosisio probabilmente già sapeva che non sarebbe stata l'ultima volta per lui al Mandic e che i volti dei suoi colleghi che per 33 anni lo avevano affiancato nella sua professione di medico specialista in pneumologia, si sarebbero presto palesati nuovamente sul suo cammino.

Il dottor Sergio Bosisio


Di certo non si immaginava di ritrovarli dietro una mascherina, bardati con camici, guanti e calzari protettivi, in un ospedale trasfigurato non più suddiviso in reparti ma trasformato in una struttura per accogliere le vittime della pandemia.
Classe 1954 il dottor Sergio Bosisio è tornato in corsia come volontario a metà dicembre, inizialmente per un paio di giorni la settimana portando avanti l'ambulatorio di pneumologia e spirometria. Tempo un paio di mesi e si è trovato arruolato dal lunedì al venerdì nel reparto Covid di Medicina B al terzo piano del padiglione Villa.
"Quando il 15 marzo ho iniziato a lavorare coi pazienti affetti da coronavirus sapevo le cose come ci erano state presentate dalla televisione" ha raccontato "ma mi sono reso conto di ciò che erano diventati i reparti solo quando ci ho messo piede. In pochi giorni l'ospedale è stato trasfigurato, non era più quello che avevo visto fino a qualche settimana prima, con i suoi reparti e specialità. Niente più di tutto questo. La normalità era scomparsa".
In un batter di ciglio, infatti, quando la pandemia si è manifestata in tutta la sua virulenza e aggressività, costringendo a chiudere con le attività ordinarie (salvo poche eccezioni, come l'ostetricia) il Mandic non è stato più lo stesso. E con esso anche i suoi "uomini".
"Ci siamo trovati ad affrontare qualcosa di mai visto né sentito e nemmeno studiato sui libri. Mi ha impressionato vedere la pesantezza del quadro clinico dei pazienti, molti in condizioni gravi, e l'estensione dei contagi. Nel nostro covid c'erano persone non da rianimazione, ma con ossigeno e maschere anche per diverse settimane. Abbiamo sempre assistito al picco delle influenze con morti e malati ma niente in confronto a quello che ho visto in questi due mesi. Ora la situazione è un po' migliorata e la stanchezza fisica si fa sentire. È adesso che esce. Se fosse stanchezza psicologica si sarebbe manifestata nei primi momenti. Ho trovato colleghi davvero provati, che hanno lavorato senza sosta in maniera encomiabile, che sono riusciti a tenere in piedi un reparto in condizioni impensabili sotto la pressione dell'eccezionalità dell'evento. Il primario dottor Stefano Crespi si è dimostrato un grande lavoratore, me ne ero già accorto prima di andare in pensione, tanto più ne ho avuto conferma in questi mesi".
Abituato a gestire una degenza, fatta anche di visite e colloqui con i parenti, il dottor Bosisio ha sperimentato con mano l'annientamento anche di questo aspetto più "umano". Nei covid, infatti, visite da parte dei famigliari e incontri con i medici erano vietati categoricamente, sostituiti dove possibile da colloqui telefonici, compatibilmente con le urgenze del reparto e le disponibilità degli operatori.

Con la "squadra" del covid

"La cosa più brutta è stata vedere soprattutto persone anziane che chiedevano di poter incontrare i famigliari e dover dire loro che non era possibile" ha raccontato "quelli più giovani riuscivano a comunicare tramite i telefoni ma per gli altri non è sempre stato possibile anche perchè spesso avevano il casco di ossigeno con tutte le difficoltà di movimento del caso e poi, specialmente i grandi anziani, erano sempre più disorientati, non riuscivano a capire cosa stesse succedendo e il perchè nessuno li andasse a trovare. Spesso piangevano e si lamentavano e anche per noi medici non è stato facile affrontare ciò". Tra le decine di pazienti visti in questi mesi, il più giovane aveva poco più di trent'anni. "Era una persona in perfetta salute, senza problemi o patologie pregresse. È arrivata da noi con febbre e difficoltà respiratorie serie. Siamo riusciti a metterla sotto ossigeno con la maschera di Venturi e gli occhialini nasali e a portarla alla guarigione senza spostarla in Rianimazione. Ho visto però anche una paziente molto anziana, compromessa, con problemi cerebrali e difficoltà a relazionarsi, migliorare pian piano e tornare a casa guarita".
Insomma un ritorno più che in corsia in trincea perchè, conclude il dottor Bosisio, "questa non è stata una bomba atomica ma una bomba termonucleare".
Una vera guerra, non ancora terminata, che ha lasciato sul campo tante vittime ma che ha portato alla luce anche tanti valorosi combattenti, alcuni tornati proprio a dar man forte ai commilitoni con quello spirito di squadra che soprattutto nei momenti più difficili si rende tangibile.
S.V.
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