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Scritto Lunedì 04 febbraio 2019 alle 08:40

Prima di vederla, la Giusi la sentivi! E il comune era la sua seconda casa 


Quando qualcuno con cui si è condiviso momenti di vita ti lascia per sempre, non si è mai realmente preparati. Non sai cosa dire e lo sconforto prende il sopravvento. Poi inizi a pensare e dai cassetti della memoria emergono straordinari ricordi di vita vissuta.
E allora ecco la Giusi (con la "i" e non con la "y" come lei spesso amava ricordare), che conobbi quasi vent'anni fa, ai tempi della Proloco. Ricordo l'entusiasmo e la passione che metteva nella organizzazione degli eventi musicali e mi resi subito conto che era una "capatosta", come anche lei ogni tanto si definiva, da brava pugliese.  Si intuiva che con lei sarebbe cambiato per sempre il modo convenzionale e conservativo con il quale a Merate si era fatto cultura sino a quel  momento.
 
Da sindaco, nominai Giusi assessore alla cultura nel 2009. Nei cinque anni che seguirono, il nostro rapporto non fu semplice. Capatosta lei, testardo io,  le scintille non mancavano! Le sedute di Giunta spesso erano terreno di scontro fra la fredda rigidità della norma e il calore delle idee e sogni della Giusi. Alla fine, tirando un po' di qua e un po' di là,  si trovava sempre una soluzione e, manco a dirlo, lei ne usciva vincitrice.
 
Ricordo quando entravo nel suo ufficio:  non ci si riusciva a sedere tanto era colmo di carteggi, documenti, libri, e io gli dicevo: "Giusi, quando ti deciderai a mettere in ordine? Come fai a lavorare cosi? E lei mi rispondeva con il suo sorriso disarmante: "Questo è un disordine ordinato! Sono tutte cose che mi servono, magari non oggi,  forse domani e quindi non posso buttarle via".
 
Lei era sempre in ufficio, tutti i giorni, dalla mattina alla sera. Io arrivavo in comune abbastanza presto ma la sua auto era già nel parcheggio e la sua voce già echeggiava nei corridoi. Prima di vederla, la Giusi la sentivi!  
 
Che dire: Giusi è stata sicuramente l'assessore che più di tutti ha vissuto il comune come una seconda casa perché viveva il suo ruolo come una missione: lei credeva davvero che arte e cultura possono migliorare la convivenza civile e sociale e se Merate oggi è una città culturalmente viva, è soprattutto grazie a lei, alla sua passione, alla sua tenacia e testardaggine. 

A lei tutti noi dobbiamo qualcosa, a lei dobbiamo essere riconoscenti per averci arricchito la mente e lo spirito.
 
"Solo colore che possono vedere l'invisibile, possono compiere l'impossibile"

Andrea
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