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Scritto Sabato 19 gennaio 2019 alle 09:53

''Mio rifugio e mia fortezza'': la pagella sul fondo del mare

Sui social sta girando da qualche giorno la notizia di quel giovane adolescente del Mali facendo l'autopsia del quale la dottoressa Cristina Cattaneo, anatomopatologa, ha trovato, cucita in una tasca interna della giacca, una pagella, con i voti scritti in arabo e in francese.
Da insegnante, da preside, da padre, questa storia subito divorata dai social network, piacizzata, condivisa come si fa con i videoclip del rapper di turno, accompagnata dal disegno che Makkox ha pubblicato sul Foglio, mi ha davvero colpito.

L'idea che più di qualsiasi altro documento di identirà, più di ogni altro involto di denaro - se mai gliene fosse rimasto una volta pagati gli aguzzini dei canotti -, più di ogni altro giubbetto di salvataggio o di protezione, una pagella di scuola fosse il salvacondotto per il futuro: "Sono bravo a scuola: posso esservi utile?", ci dice questo quattordicenne annegato nel Mare Nostrum.
Ci interessano ancora i bravi ragazzi? Serve ancora studiare, nel mondo in cui bastano una felpa o una divisa per credersi qualcuno, in cui siamo a turno tutti immunologi, tutti ingegneri civili, tutti allenatori di calcio, tutti esperti di pensioni, di terrorismo brigatista? Serve ancora "andare bene a scuola"?


Mi fa tenerezza l'ingenua speranza di questo adolescente del Mali, così fiducioso che i suoi voti possano dire davvero qualcosa di lui, che "valutare" significi davvero "dare valore": ci vuole un ragazzo di quell'Africa profonda a ricordare queste cose a noi che contestiamo i voti quando non corrispondono a quelli che noi vorremmo, che li adulteriamo, che li snobbiamo, perché tanto "la vita è un'altra cosa".

Si racconta nel  Dottor Zivago che i contadini soldati russi scrivessero su un foglietto il testo del Salmo 90, quello che inizia con “Tu che abiti al riparo dell'Altissimo e dimori all'ombra dell'Onnipotente, dì al Signore: «Mio rifugio e mia fortezza, mio Dio, in cui confido…”, e lo portassero cucito nella giubba, dalla parte del cuore, come scudo di difesa contro gli orrori della guerra, comese due foglietti potessero fermare una pallottola o la lama di una baionetta, come se una pagella potesse gonfiarsi, colorarsi di arancione, diventare un giubbetto galleggiante e salvare questo ragazzo dai flutti.

Chissà se aveva letto Pasternak, chissà cosa sarebbe diventato.
Chissà se i nostri studenti – ma anche i nostri insegnanti, e soprattutto i nostri genitori – oggi leggono ancora Pasternak, chissà cosa diventeremo…

Stefano Motta, preside del Collegio Villoresi di Merate
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