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Scritto Giovedì 18 maggio 2017 alle 16:20

Imbersago, 'tentata estorsione' all'acquirente di una villa: in Tribunale il racconto delle intimidazioni. 'Ti stacchiamo la testa'

"L'acquisto di quella casa doveva essere il coronamento di una vita di sacrifici: è diventato un incubo". Non ha usato mezzi termini l'imbersaghese chiamato quest'oggi a raccontare al collegio giudicante del Tribunale di Lecco - dopo anni d'attesa per giungere a questo momento - la vicenda di cui, suo malgrado, è stato protagonista: analiticamente, arricchendo la narrazione anche di dettagli ininfluenti ai fini processuali tanto da dover essere più volte ricondotto "nei binari" dal pubblico ministero e dagli avvocati difensori, ha messo in sequenza, tratteggiandoli uno dopo l'altro, diversi episodi sintetizzati nel capo d'imputazione in una "tentata estorsione" nei suoi confronti contestata all'imprenditore edile, al tempo dei fatti residente a Cernusco Lombardone seppur di origini calabresi, Rocco Albanese e a tre suoi conterranei identificati in  Marco Ferrantino, Iosè Salvatore Signorello e Giuseppe Di Masi. La questione oggetto del procedimento si snoda nell'arco di tutto il 2013 pur traendo origine - come narrato dalla stessa persona offesa, costituitasi parte civile tramite l'avvocato Sonia Riva - dall'atto di acquisto (a rustico) di una villa all'interno di un contesto residenziale a Imbersago sottoscritto nel 2005 con uno zio, proprietario dell'area e titolare di una società di costruzioni che avrebbe poi "subappaltato" l'edificazione all'impresa individuale Albanese Rocco, dichiarata fallita nel 2010. Nel 2008 è stato collocato il rogito al quale sono poi seguiti ulteriori interventi, con l'appalto ceduto - per il sopraggiungere di un contenzioso - ad altro soggetto straniero e causa civile intentata dal committente nei confronti del parente, per presunti "danni" quantificati dallo stesso imbersaghese in circa 160.000 euro, oggetto di una perizia disposta - in sede civile - dal giudicante che sta esaminando quel fascicolo. 770.000 euro la cifra versata complessivamente all'impresa dello zio per i lavori, solo in minima parte pagati direttamente al reale esecutore. "Non ho mai ricevuto richieste di pagamento dal curatore" ha puntualizzato, per chiudere il cerchio, su specifica domanda del proprio legale, la vittima, in riferimento al "crack" della società di Albanese. Eppure le pretese di denaro - stando alle dichiarazioni rese quest'oggi in Aula - sarebbero arrivate, eccome se sarebbero arrivate, ma per canali, diciamo così, extragiudiziali.
"Sono un amico di un amico della Calabria di Rocco Albanese, doppiamo parlare": inizia con una frase più  meno di questo tipo l'escalation di contatti - telefonici e face to face - culminati poi in più segnalazione ai Carabinieri di Merate e nelle denunce all'origine del procedimento. E' il 10 gennaio 2013: un non meglio specificato Salvatore, invita l'imbersaghese per una pizza, senza dimostrarsi sufficientemente convincente. Il giorno successivo, il messaggio - "recitato" sempre da uno sconosciuto con inflessione calabra che chiama da un'utenza svizzera - si fa più chiaro: "lei non ha capito: deve dei soldi a Albanese che li deve a un amico della Calabria. Ci vediamo e mi dà 50 - 60 - 80.000 euro, veda lei", con le prime velate affermazioni intimidatorie del tipo "so che lavoro fa", "sono già stato davanti a casa sua", "in questo momento sono gentile, se non mi verrà incontrare la incontrerò io comunque e sarò meno gentile...".
"O ti incontri con me e ti vengo a prendere a casa" dice poi la "voce" il 16 gennaio, passando la "tu". A luglio, dalle parole si arriva ai fatti: di notte qualcuno suona al videocitofono della persona offesa, per poi raggiungerla telefonicamente: "paga il debituccio che hai, per adesso ti abbiamo fatto un regalino fuori casa, poi ti spezziamo le corna". All'arrivo dei Carabinieri alla ville viene trovata una tanica di benzina da 15 litri con attaccati dei proiettili e ulteriori bossoli vengono poi riscontrati in una busta contenente un messaggio messo nero su bianco: "animale paga i debiti perché altrimenti ti stacchiamo la testa e la prendiamo a calci".
Dopo un primo incontro tra lo zio e Albanese all'esito del quale il primo avrebbe descritto al nipote gli amici di quest'ultimo con espressioni poco lusinghiere, è l'imbersaghese a incontrare, sempre con il parente, il calabrese, in un bar di Arlate, alla presenza, in borghese, di militari del nucleo operativo della Compagnia di Merate, ai quali, nel frattempo, era stata passata la competenza sulla delicata attività investigativa. L'imputato avrebbe chiesto alla parte civile del denaro, facendo infuriare quest'ultima che - ritenendo di non dovergli nulla - avrebbe lasciato il tavolo per avvicinarsi al bancone per prendere un caffè per proprio conto, sentendo distintamente la frase, pronunciata dal piccolo costruttore rivolgendosi dell'altro presente: "se io a questo devo tagliare le gambe, gliele taglio".
"E' difficile, ancora oggi, per me fare una notte intera tranquillo" ha riferito il denunciate, guidato dal proprio legale sulle conseguenze delle minacce subite (senza però mai cedere). "Ho installato nuove telecamere, ho fatto aggiungere ulteriori sensori perimetrali, avendo i permessi mi sono munito di ulteriore armamento, ho messo le inferiate..." ha dichiarato, parlando dell'inevitabile ansia a lungo avvertita, arrivando perfino a "emozionarsi" dopo aver a lungo dimostrato freddezza - e addirittura capacità di teatralizzazione - nel raccontare una vicenda che, nel proseguo dell'istruttoria, verrà ora sviscerata da altre prospettive.


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A.M.
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