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Scritto Domenica 28 aprile 2013 alle 10:35

Airuno: Casimir racconta il ritorno alla vita dopo il trapianto di rene. ''Per fare il dono più grande il colore della pelle non conta''

“Questa è una cosa bellissima, il fatto che una persona possa dare una parte di sé per farne vivere un’altra, che continui a vivere in lui. Il dono degli organi unisce i destini di due individui, di due famiglie che sperano per ore, o per mesi in un miracolo. È una decisione difficile per coloro che devono dire addio a qualcuno che amano, ma che permette a qualcun altro di tornare a vivere”. È quello che è successo a Casimir, originario del Burkina Faso e che da oltre 10 anni vive ad Airuno con la moglie e i due figli nati in Italia, grazie ad un trapianto di rene. È proprio lui, insieme alla compagna, a raccontare in prima persona cosa significhi avere bisogno di un organo per tornare a vivere, e quanto sia bello riceverlo grazie alla generosità incondizionata di chi ha detto “sì” alla donazione. “Non sapevo nulla di trapianti, non avevo idea che si potesse dare un proprio organo a qualcuno dopo la morte. Sono sempre stato in ottima salute” ha spiegato Casimir, che ha inziato ad accusare i primi disturbi poco più che trentenne. “Nel 2000, durante una visita medica in ditta, mi hanno trovato la pressione alta e mandato dal medico. Dopo alcune analisi, mi hanno messo in cura con un diuretico per 5 anni, ma i problemi sono continuati finchè nel 2007, ad un analisi più approfondita, è emerso che i miei reni non funzionavano più e si erano notevolmente rimpiccioliti. Ho dovuto quindi iniziare a sottopormi alla dialisi. Non potevo saltare il lavoro, quindi ho optato per una dialisi peritoneale da fare a casa. Ogni notte, fino all’aprile 2012 quando mi hanno fatto l’operazione, dovevo restare attaccato ad una apposita macchina che permetteva al mio organismo di “filtrare” il sangue, al posto dei reni. Dopo una serie di esami sono stato iscritto alla lista di attesa per il trapianto. Dopo due anni devi ripetere tutta la trafila per verificare la tua idoneità al trapianto, e continuare ad aspettare”. Per l’intera famiglia di Casimir la vita è stata completamente stravolta, e il fatto di essere stranieri ha creato inizialmente molti timori nella coppia. “Il nostro primo figlio aveva pochi anni, ero incinta della seconda e inizialmente avevo un gran bisogno di capire cosa stava succedendo a mio marito” ha spiegato la moglie di Casimir. “Ho chiesto ai medici se non potevo dargli io uno dei miei reni, facevo domande continue sulle possibilità di una cura o di una operazione che potesse aiutarlo. Grazie all’aiuto di altre persone sono venuta a conoscenza dell’Aned (Associazione nazionale dializzati e trapiantati), ho avuto alcune informazioni ma poco riscontro sui numeri del trapianto che coinvolgono persone straniere. Eravamo preoccupati, ci chiedevamo quale italiano avrebbe voluto donare un organo a un uomo di colore. Solo in seguito ho capito una cosa importante: nel trapianto non conta il colore della pelle, ma il gruppo sanguigno. Dentro, all'interno del nostro corpo, siamo tutti uguali. Chi sceglie di donare lo fa senza sapere a chi regalerà la vita, e chi la riceve non sa chi ha compiuto questo splendido gesto. Noi non conosciamo il suo nome, ma sappiamo che è stata una donna bianca a salvare mio marito”. La chiamata alla moglie di Casimir è arrivata di notte, mentre lei lavorava. “Ero in turno notturno, inizialmente mi sono spaventata perché lui restava a casa con i bambini ed era attaccato alla macchina, pensavo fosse successo qualcosa. Invece mi hanno detto che c’era un rene per lui. È andato all’ospedale di Lecco per tutti gli esami del caso, e poi a Milano per l’operazione”. “Mi hanno telefonato in tangenziale, mentre mi dirigevo verso Milano, per dirmi che potevo operarmi” ha spiegato Casimir, ancora emozionato al ricordo di quel giorno di aprile di un anno fa. “Là mi hanno ricoverato e tenuto in sala operatoria dalle 9.00 alle 18.00. Sono rimasto qualche tempo per le cure, ora dovrò prendere una medicina per sempre. Ma sono tornato a vivere, ora faccio tutto come prima. Gioco con i miei figli, sto bene. Mi tengo controllato, e siamo davvero felici”. Questa difficile esperienza ha permesso a Casimir e a sua moglie di conoscere tante cose sulla donazione. “È importante che le persone vengano a sapere di questo, fin da giovani, e siamo contenti che a scuola se ne parli” ha spiegato la moglie. “Ho pensato spesso a quanto possa essere difficile decidere, mentre un tuo caro sta morendo o ha perso la vita, di donare una parte di lui ad uno sconosciuto. Anche i parenti di quella donna avranno sperato fino all’ultimo in un miracolo, come noi quando attendevamo un rene per Casimir. Ma pensare che dalla morte può nascere una nuova vita per una persona, e per la sua famiglia, è una cosa bellissima che può dare un senso a tutto, alla tragedia che si sta vivendo. Noi non sappiamo chi ha salvato Casimir, ma la sua famiglia sa che ha fatto qualcosa di davvero speciale. E noi le saremo sempre grati per questo”.
R.R.
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